domenica 31 maggio 2009

BMPT: video della conferenza su Belgrado

venerdì 29 maggio 2009

Noi, il G8, la sicurezza e i fenomeni migratori

Domani inizia a Roma il
G8 sui temi della sicurezza e dei fenomeni migratori. Vi
parteciperanno i ministri della Giustizia e degli Interni degli otto
Paesi membri. Sull’evento, abbiamo posto tre domande a diverse
personalità: giornalisti, scrittori, saggisti, critici, militanti e no.
Di seguito, le risposte di: Gabriele Adinolfi, Giorgio Ballario,
Francesco Boco, Giovanni Di Martino, Alessandro Grandi, Mario Grossi, Francesco Mancinelli, Miro Renzaglia, Luca Leonello Rimbotti, Adriano Scianca, Antonio Serena, Stefano Vaj.



La redazione




g81_fondo-magazine


LE DOMANDE


1) Come giudichi l’abbinamento tematico del
prossimo G8? Ovvero: sicurezza e immigrazione sono fenomeni
strettamente collegati tanto da dover essere trattati nella medesima
sede? Perché sì o perché no?

2) Politiche sicuritarie e politiche
migratorie-anti-migratorie sono o no, secondo te, funzionali alle
politiche liberiste e capitaliste? E in che modo lo sono o non lo sono?

3) Condividi le ragioni di chi andrà in piazza, cioè le ragioni del movimento no-global? Perché sì o perché no?

LE RISPOSTE





g81_fondo-magazineGabriele Adinolfi



1) Per l’opinione pubblica sì. E poi questa
convinzione è fondamentale per mantenere quella “coesione da timore”
operata continuamente sulla gente: una pratica propria alle oligarchie
democratiche, una dittatura psicologica che tanto bene ha definito il
sociologo svizzero Eric Werner. In realtà si tratta di due fattori
distinti che si tende a mescolare tra loro con il solo risultato
tangibile di chiudere in un vicolo cieco qualsiasi critica costruttiva
allo tsunami immigrazionista. Che con l’aumento esponenziale di
desperados nelle nostre nuove bidonville cresca anche la delinquenza è
comunque vero, ma circoscrivere lo studio di un dramma socioculturale
immenso in questo solo contesto è assurdo. È assurdo ma paga perché
spinge le masse individualizzate e disancorate ad aggrapparsi alle
classi dirigenti in carica e perché allontana la critica
all’immigrazione da tutti gli elementi strutturali, impedendo, ad
esempio, che ci sia una mobilitazione per togliere l’otto per mille
alle chiese e il cinque per mille alle associazioni di negrieri
buonisti. Così gli immigrati, anche se criminalizzati, restano un
grande business per gli internazionalisti - cristiani, laici e
materialisti - che sono gli schiavisti di oggi.


2) Affermare di sì sarebbe semplicistico. Tutto
quello che viviamo oggi è frutto della vittoria dei mercanti sui
popoli, del trionfo nel 1945 del Crimine Organizzato che ha costituito
il sistema di capitalismo multinazional-globale che conosciamo. Le
politiche di calmierato che vengono proposte da alcuni governi, come il
Berlusconi in carica, hanno di certo le gambe corte perché servirebbe
invece un’alternativa di sistema e di potenza. Non credo che i
tentativi condivisibili di calmierato - che, pur pessimista, io auspico
continuativi - siano funzionali alle logiche liberiste. Siamo oramai al
paradosso in quanto più di un rappresentante del liberismo si rende
conto che l’immigrazione in Europa è eccessiva, tanto che dei
rappresentanti della Commissione Trilateral, quali Kissinger e la
stessa Boniver, provano a espolorare altre strade se non a proporre
vere e proprie inversioni di tendenza . È invece il cosiddetto
capitalismo sociale, con in prima fila la chiesa cattolica e le
protestanti a non accettare discussioni. Vuol chiudere il cerchio
riproponendo la sua radice ambrogiana ed imporre così il comunismo
oligarchico nemico di ogni forma e di ogni identità. Il mostro globale,
che ha prodotto a valle migrazioni di massa da paesi depauperati a
monte non si spiega soltanto con le logiche liberiste di cui si nutre;
si sublima nell’orrendo tramite le ideologie e le strutture
clerical-comuniste sempre più aggressive e prepotenti. È la guerra
mondiale che prosegue.


3) No. Da quando la sinistra estrema si è avvitata
su se stessa - il che è significativamente coinciso con il momento in
cui ha assunto il termine “antagonista” - si è allineata alla
ghettizzazione della destra terminale e si è così avviata alla pura e
semplice messinscena di sé. Siamo all’hooliganismo politico e
all’avanspettacolo, le stesse cose che ho incondizionatamente respinto
della destra post-neo-post-fascista che mi sono ritrovato davanti al
mio ritorno in Italia nove anni fa e che per fortuna ha subito strappi
e lacerazioni vivificanti in particolare grazie a CasaPound. Gli
“alterglobal” che si mettono in scena di fronte al G8 non hanno ancora
goduto di questa terapia. Non sono poi assolutamente d’accordo sulle
loro controproposte, che sono ancora più global e liberticide di quello
che contestano, ma questo è un dettaglio. Il fatto centrale è che le
presunte aree antagoniste - eccezion fatta delle loro avanguardie
culturali, artistiche e sociali - sono entrate a pieno titolo nel
“paese dei balocchi”; e così, pur confermando la loro piena inutilità
e incapacità politica, si mettono spettacolarmente in vetrina solo per
potersi poi rispecchiare su internet e youtube. Siccome vogliono farlo
in modo trasgressivo finiscono con l’essere qualcosa che assomiglia un
po’ troppo alle puttane di Amsterdam. Venere ed Eros non hanno più
nulla a che vedere con tutto ciò.

g81_fondo-magazineGiorgio Ballario

1) Non sono necessariamente collegati fra loro, ma
in questa fase storica dell’Europa e dell’Italia mi sembra tutto
sommato inevitabile. Non perché tutti gli immigrati siano delinquenti o
potenziali criminali, è ovvio. Ma perché i numeri e le modalità
dell’immigrazione clandestina (gestita dalle mafie) impongono un
coordinamento con le politiche anti crimine. Anche se la risposta al
fenomeno, nella sua complessità, non può essere solo di tipo poliziesco.

2) Le politiche sicuritarie sono funzionali a
qualsiasi tipo di governo, purché sia un governo forte (cioè in grado
di gestire le riforme in prima persona senza farsele imporre dai gruppi
sociali non governativi). La sicurezza è sempre stato un fiore
all’occhiello anche dei regimi comunisti e socialisti, quindi non è
strettamente legata al sistema liberal-capitalista. Viceversa
l’immigrazione risponde a una precisa esigenza di fornire forza lavoro
(possibilmente a buon mercato, poco sindacalizzata e facilmente
controllabile) all’industria, per cui è funzionale al modello
liberal-capitalistico. Che ovviamente si disinteressa degli squilibri
provocati dallo spostamento sul territorio di milioni di persone di
altra cultura e altri costumi: già i fenomeni migratori interni
all’Italia negli anni Cinquanta e Sessanta rappresentano un esempio in
questo senso. L’immigrazione clandestina e disperata, invece, risponde
più che altro alle esigenze della piccola imprenditoria rapace (
artigiana e agricola) e in buona misura agli interessi delle mafie,
soprattutto nel Sud Italia.

3) Condivido pienamente il pensiero no-global, però
non lo ritengo rappresentato - se non in parte - dai classici
manifestanti di piazza che si definiscono no-global. Anzi ho
l’impressione che questi ultimi siano in prevalenza dei super-global, e
cioè aspirino ad ampliare e accelerare i fenomeni della
globalizzazione, non limitandoli solo agli aspetti economici. Chi
auspica la libera e piena circolazione non solo delle merci, ma
soprattutto delle persone - anzi, degli individui - ipotizzando il
raggiungimento di una sorta di melting pot culturale, a mio avviso non
può definirsi contro la globalizzazione. Gli antiglobalisti (o
antimondialisti, come si diceva in altri tempi) pensano ad un modello
politico, economico e culturale completamente diverso dal melting pot
di stampo americano. In cui, caso mai, ci dovrebbero essere dei precisi
paletti sia alla circolazione delle merci che delle persone. Il che non
significa adottare una visione da fortezza-Europa, come invece fanno
alcuni.





g81_fondo-magazineFrancesco Boco

1) Non credo che sicurezza e immigrazione siano
argomenti legati tra loro, o almeno non dovrebbero esserlo. Quando si
parla di immigrazione bisogna in primo luogo porsi il problema delle
identità, del radicamento e del ritorno. Il problema della sicurezza è
una questione che sorge solo in un secondo tempo, quando i numeri
dell’immigrazione si fanno così imponenti da trasportare nei paesi
accoglienti persone legate alla criminalità o comunque uomini e donne
non inseribili nella società per mancanza di lavoro e risorse. Penso
che sia un circolo vizioso, per cui all’arrivo di disperati si associa
inevitabilmente il confluire della gran parte di essi nelle file dei
disoccupati e della criminalità. La colpa non va comunque data
all’immigrato in sé, ma a un sistema globalizzato che, per realizzare
il modello del mondo ideale dove tutti sono uguali (tranne alcuni),
segue con precisione i voleri delle multinazionali e delle lobby di
potere che puntano, per i propri interessi, alla distruzione delle identità e delle differenze.
È il sogno utopico e nichilista della fine della storia che piano piano
prende piede. Associare in modo così evidente il tema della sicurezza a
quello dell’immigrazione è oggi necessario, ma distoglie dal fulcro
fondamentale del problema, che è e resta quello dell’appartenenza a una
comunità storica e antropologica definita. Non ci si pone cioè il
problema di come inserire lo straniero nella società in modo attivo,
senza però snaturarne la specificità e senza dissolvere quella del
paese accogliente. I flussi migratori, che finiscono col provocare
conflitti sociali e instabilità, non fanno che spingere a un ulteriore
perfezionamento del sistema di controllo globalizzato, che mira cioè a
mantenere lo status quo evitando il sorgere di alternative e dissensi
effettivi. Il tema della sicurezza da necessità sociale diventa un
boomerang che indebolisce la popolazione accogliente, disabituandola a
difendersi e a tenere testa alle offese, e dall’altro lato prepara un
mondo dove la libertà individuale è sempre più limitata fino ad
arrivare al “paradiso in terra” dove pace e uguaglianza saranno
finalmente diffusi ovunque.

2) Le politiche sicuritarie a mio avviso fanno
indubbiamente il gioco di politiche capitaliste egualitarie e
anti-comunitarie. Dove c’è un popolo, e dove questo popolo sa difendere
il proprio diritto, la propria terra e la propria identità, sono certo
che non è necessario parlare di sicurezza, e non si pone neppure il
problema dell’immigrato lavoratore. Insistere sul tema sicurezza serve
a gente debole per affidare le proprie cose e finanche la propria vita
a uno Stato che, purtroppo, si rivela sempre più inadatto al compito.
Questo governo sta facendo delle cose che giudico positive, però
insistere, come fanno i media, in modo irresponsabile e irrazionale
sulla sicurezza, come fosse la soluzione a ogni problema, mi sembra una
trovata superficiale. Le politiche migratorie, come detto, fanno gli
interessi del capitale e delle multinazionali; è un dato di fatto
dimostrato dalle carte geopolitiche di Le Monde Diplomatique che,
proprio dai pesi poveri dove la presenza di multinazionali è più forte,
partono anche i numeri più grossi dell’immigrazione (v. quaderno
Polaris immigrazione). Per quanto riguarda le politiche
anti-migratorie: tendo a pensare per affermazioni, quindi sarebbe più
importante e proficuo parlare di politiche identitarie e comunitarie. È
necessario oggi più che mai ricreare un legame col territorio e la
propria comunità, il proprio ambiente, tornare a vivere in modo
autentico il proprio tempo e la propria dimensione politica. Così non
è, e si riescono solo a pensare politiche che demonizzano l’immigrato
in modo aprioristico, senza proporre valide soluzioni al grave problema
dell’immigrazione. Un passo importante e positivo è comunque venuto dal
governo italiano, ritengo che l’accordo tra Italia e Libia e quello che
sembra prendere piede tra il nostro paese e la Grecia s’inseriscano in
un’ottica mediterranea e strategica di contrasto all’invasione.


3) Generalmente non condivido l’impostazione
mentale di chi costruisce la sua azione sulle negazioni. I no global,
già per il semplice fatto di definirsi così, hanno fallito in partenza
e dimostrano di essere facilmente manipolabili. La loro visione delle
cose è viziata da una mentalità moralista e non aderente alla realtà,
dettata in fondo dal fatto di rimanere e ristagnare nello stesso
linguaggio e discorso dei globalizzatori che pretendono di contrastare.
Dimostrazione ne è il fatto che i no global non sono affatto contrari
all’immigrazione, non sono contrari alla distruzione delle culture e
delle identità, non sono quindi contrari alla tratta di esseri umani,
ma semplicemente chiedono che questo processo venga realizzato in modo diverso.
Se i no global fossero veramente tali e coerenti con le premesse, vista
la loro cieca esaltazione, ritengo che dovrebbero essere dei beceri
sciovinisti tardo ottocenteschi. Invece no, come per Marx il paradiso
in terra doveva essere il consolidarsi della dittatura del proletariato
e il livellamento di tutta l’umanità, così, per questi personaggi, il
paradiso in terra è il mondo globale in cui esistono soltanto cittadini
del mondo e in cui finalmente verranno meno le differenze che
distinguono un europeo da un africano. E allora non potranno più gioire
alla vista di una donna africana vestita nel suo coloratissimo
abbigliamento tradizionale, potranno invece provare grande piacere a
vederla vestita con jeans Levi’s e scarpe di fabbricazione americana.
Tempo fa uscì un libro che tutti dovrebbero conoscere, A destra di Porto Alegre,
dove emerge la verità storica di un mondo culturale, a cui appartengo,
che, ben prima dei no global, e ben prima che s’iniziasse a parlare di
globalizzazione, si era posto il problema di porre un freno
all’omologazione globale. Bisogna rendersi conto che oggi la vera
ribellione sta nell’affermare e nel costruire, e soprattutto nel
rivendicare una storia, un’identità e un destino. I no global, per
uscire dall’ottica bislacca e distorta che ne vanifica l’utopismo,
dovrebbero prima di tutto scardinare le proprie gabbie mentali e le
definizioni consolidate, per procedere poi alla formulazione di
proposte concrete in grado di garantire agli italiani di tornare a
essere un popolo-comunità e anche di conservare nell’armonia le
particolarità dello straniero.

g81_fondo-magazineGiovanni Di Martino

1) L’abbinamento tematico è frutto dei tempi, e dei
politici attuali. Sicurezza e immigrazione sono gli unici temi sui
quali i politici di oggi hanno qualcosa da dire. Qualcosa di brutto, ma
almeno è qualcosa. Mica come sulla crisi, che è il “grande evento”
dell’imperatore, del quale tutti parlano, ma che nessuno sa bene cos’è
da cosa deriva come si può affrontare eccetera. I politici di oggi non
sanno collocare l’Afghanistan sulla carta geografica, ma ne hanno
votato il finanziamento della missione militare, cosa vuoi che
capiscano della crisi, anche volendo. Ma sulla sicurezza e
l’immigrazione qualcosa da dire ce lo hanno anche i deputati e i
senatori italiani, come anche gli amici del bar. O si è del tutto
tolleranti e quindi refrattari ad ogni discorso sensato, oppure si è
del tutto intolleranti e quindi si va dalla critica agli
extracomunitari che sporcano, ci rubano il lavoro, vogliono
colonizzarci, farci crescere la barba e mettere il velo alle nostre
donne. Direi che oggi si va in quest’ultimo senso. In Italia ci va la
destra, moderata ed estrema (con buona pace dello sfruttamento della
mano d’opera extracomunitaria da parte dei piccoli imprenditori che la
votano), ma quel che è più grave è che ci va anche la sinistra. Perché
vince Berlusconi? Non solo perché lui promette tutto e gli altri si
limitano a dire che non manterrà le promesse, senza però rilanciare, ma
anche perché in Italia, come negli Stati Uniti, la sinistra rincorre la
destra sul suo territorio, e lì si fa male e forte. Hai visto i
manifesti del PD? Più polizia, più sicurezza eccetera, roba su cui la
Lega Nord lavora da venti anni e ti mangia in testa (e sulla gente, se
si parla di sicurezza e immigrazione, fanno populisticamente più presa
la faccia congestionata di Calderoli, la voce luciferina di Gentilini e
le parolacce di Borghezio, che non la giacca e la cravatta del
Franceschini di turno). Ma d’altronde se si pensa i modelli di questa
sinistra sono dei cazzari tipo Lula, Obama o Zapatero (che con i
clandestini si è comportato peggio del più grande sogno di Borghezio),
i conti tornano. In conclusione secondo me, sono due ambiti che possono
intersecarsi e quando si intersecano devono essere trattati insieme, ma
quanto avviene da un po’ di anni è un’altra cosa. Si tenta e con
successo, perché la gente ci casca, di far derivare la mancanza di
sicurezza dall’eccessiva immigrazione. E su questo non sono d’accordo.
Aggiungo anche che a me della sicurezza, intesa come libertà del
singolo di poter portare il cane dopo cena a fare i propri bisogni,
interessa abbastanza poco, perché nella maggior parte dei casi ho
toccato con mano che ripulito un quartiere dalla malavita, questa si
spostava in un altro e gli abitanti del primo si dedicavano ai bisogni
dei propri animali con la ritrovata sicurezza, senza interessarsi di
quello che poteva succedere altrove. Senza prima un ordine sociale (e
un ordine delle coscienze), non ci può essere un vero ordine pubblico.
A meno di intendere per ordine pubblico la presenza di camionette ed
autoblinde dell’esercito per le strade come c’è ora. Sai meglio di me
che nella Roma antica non c’era nemmeno il diritto penale inteso come
lo intendiamo oggi, tanto era interesse della comunità il mantenimento
dell’ordine pubblico.


2) Sono funzionali al capitalismo (ed alle
dinamiche di sfruttamento che gli fanno da corollario), ovviamente.
L’immigrazione non è una causa, ma un effetto. È l’effetto di una
politica mondiale squilibrata. Se uno a casa propria ci sta bene ci
resta eccome. Ma siccome il mondo è squilibrato non si sta bene a casa
di tutti, e così nascono le migrazioni, quelle dei meridionali prima,
quelle degli stranieri poi. Altro che invasione islamica o roba simile.
Le migrazioni, anche di interi popoli, ci sono da sempre, mica solo da
dopo la legge Martelli. Allora di chi è la colpa? Io dico di chi regge
il sistema a livello mondiale, non certo di chi lo subisce. Torino è
strapiena di immigrati, per esempio, ma il vero problema è il degrado,
tant’è che i marocchini, i primi ad arrivare, se ne stanno andando
(alcuni pure tornando in Marocco), primo perché la città fa troppo
schifo pure per loro, e secondo perché da fare non c’è più niente. Non
c’è niente di peggio di una città operaia indietro con la
terziarizzazione e nella quale chiudono le fabbriche. È spettrale.
Lascia perdere le olimpiadi del 2006, per le quali si sono scopate le
briciole sotto il letto e sfrattati a tempo i barboni dalle panchine di
fatto recludendoli. Una città così ha bisogno di tante cose, ma non che
vengano presi fischi per fiaschi, come ci fanno credere Borghezio e i
suoi: c’è la crisi, occorre trovare un nemico da additare come
colpevole, prima erano i meridionali, ora sono i marocchini, ma ora che
se ne stanno andando magari se la prenderanno coi i mutanti.

3) In linea di principio sì. Ma solo in linea di
principio. Non condivido le loro analisi, alimentate di pacifismo ad
oltranza con tentativi di mettere fiori dentro i cannoni sempre più
alti che si costruisce il nemico, e non condivido nemmeno le tecniche
delle frange estreme che spaccano vetrine assicurate rendendosi
impopolari agli occhi della gente, che in realtà la globalizzazione la
subisce e quindi dovrebbe stare dalla loro parte.

g81_fondo-magazineAlessandro Grandi

1) Sono fenomeni collegati perché
una quota sempre più rilevante dei reati è commessa da immigrati.
Certo, non è la maggioranza degli immigrati a commetterli, ma
l’incidenza dell’immigrazione sulla criminalità è evidente. Ovviamente
il tema criminalità riguarda anche gli italiani e non si può ignorare
anche questo aspetto, così come i problemi legati all’alleanza tra
mafie interne e criminalità internazionale.

2) Più aumenta la manodopera a disposizione e più è
possibile mantenere bassi i salari. E i disperati in arrivo dall’estero
sono disposti a rinunciare a regole salariali, a tutele ambientali, a
diritti sindacali pur di ottenere un lavoro qualsiasi. In Italia si
favorisce l’arrivo di manodopera priva di qualsiasi qualifica e
specializzazione per avere manodopera di bassa qualità. Ma non si fa
nulla per frenare la fuga dei cervelli italiani verso l’estero, dove le
retribuzioni sono decisamente superiori. Si tende a specializzare ogni
singolo Paese in un’ottica globale: l’Africa servirà per produzioni
alimentari Ogm, l’Italia per la produzione industriale a basso costo
destinata all’Occidente, la Germania per la qualità superiore, la Cina
per i prodotti di massa destinati ai poveri dell’Occidente, sempre più
numerosi.


3) Non condivido la protesta perché serve solo a
spalancare porte che devono rimanere il più chiuse possibile. In Italia
non c’è posto per tutti. Manca il lavoro e mancano persino gli spazi.
Abbiamo gli stessi abitanti della Francia con metà della superficie. E
con più montagne. La conseguenza è la povertà diffusa e l’inquinamento
in costante aumento.

g81_fondo-magazineMario Grossi

1) Trovo strumentale sovrapporre o accostare i due
fenomeni di sicurezza e immigrazione. L’immigrazione non porta con sé
direttamente l’insicurezza. E poi mancanza di sicurezza per chi? La
sicurezza è vista sempre come un bene necessario per il cittadino
italiano. Io contesto questa impostazione. La sicurezza è un bene per
tutti. È necessaria per il cittadino italiano ed è forse ancor più
necessaria per colui che entra in Italia come immigrato. Il punto è che
il fenomeno dell’immigrazione è un problema complesso ed imponente che
non si riesce a governare con i reticolati e con i muri. Ci vuole
altro. In primo luogo bisogna definire chi può e chi non può entrare,
tutelando con una maggiore scurezza proprio l’immigrato ammesso che
fuggendo dalla sua miseria originaria cerca un riscatto in Italia e che
spesso non viene tutelato proprio a causa dell’insicurezza in cui è
costretto a vivere. E questa insicurezza è provocata, da una parte,
dagli immigrati giunti per delinquere, da un’altra dalle frange più
accese che utilizzano la facile e mistificante equazione
extracomunitario = criminale per coprire gli atti di violenza gratuita
e dall’altra ancora dallo Stato che non assicura agli aventi diritto
uno status umano. Un esempio banale. Nel mio paese burino Nagi è un
egiziano titolare di un bar. È in Italia da 30 anni, dà lavoro a
qualche ragazzetto di zona che si paga gli studi o le vacanze. È
sicuramente un immigrato che si è guadagnato i galloni sul campo. Gli
immigrati clandestini o gli extracomunitari spacciatori fanno più male
a lui che non a un italiano. Se poi ci metti che fa pure un ottimo
cappuccino, capisci bene che il suo modo di essere immigrato non può
essere accostato ad un problema di sicurezza se non nei termini che
sopra ho accennato. Lui l’insicurezza la subisce, non ne è fonte.

2) Credo che la speculazione in atto sia
assolutamente funzionale alle politiche liberiste e capitaliste. Da un
lato si vuole tranquillizzare il “parco buoi” nostrano. Lavoratori
spaventati di perdere il posto o vederselo sfilato da un immigrato che
si accontenta di molto meno di lui sono più facilmente governabili (nel
senso di sfruttabili). La paura è un potente antidoto alla ribellione e
deprime tutte le richieste anche le più legittime (ad esempio la
sicurezza sul lavoro). Poi le politiche securitarie che additano
l’immigrato come delinquente da colpire vanno a vellicare la pancia del
lavoratore autoctono che trova soddisfazione alle sue frustrazioni
scaricando le responsabilità di tutto questo sul più facile dei capri
espiatori. Dall’altro, l’ingresso di disperati, volutamente
clandestini, è utile per avere sempre più manodopera paraschiavizzata e
sempre più a basso costo. Questo permette di accrescere indebitamente e
a dismisura i profitti senza dover oltretutto riconoscere allo Stato,
in termini di contributi, IVA e tasse, nulla. Il cerchio poi si chiude
perché l’ingresso dei clandestini alimenta un altro sporco mercato che
è quello delle famiglie “bene”. Avere a disposizione colf filippine o
badanti russe a prezzo d’accatto genera la falsa illusione di essere
dei gran signori. Tipico dei parvenue e degli snob (quelli che superano
il “vorrei ma non posso” con delle scorciatoie oscene). Se uno vuole un
maggiordomo se lo deve pagare. Una volta lessi un articolo sulla scuola
rigidissima per maggiordomi (credo che sia a Londra) ed appresi che
per un maggiordomo a pieno servizio la paga annua lorda minima si
aggira sui 40000 €. Per me uno dei problemi è proprio questo, qualcuno
per mancanza assoluta di sobrietà, per spocchia, per alterigia vuole
servizi e privilegi non pagandoseli correttamente ma riducendo alla
fame ed alla schiavitù persone che ovviamente, spinte dal bisogno,
accettano. Questo è il modo classico di drogare il mercato a scapito di
tutti i lavoratori, per primi gli italiani. I sostenitori di questa
necessità sono in malafede e rendono un pessimo servizio proprio alla
loro causa, perché il mercato dovrebbe vivere di regole certe ed il
competere deve essere fatto sulla capacità, a parità di condizioni, d
offrire il meglio al prezzo più contenuto. Se io impiegando clandestini
ho costi più bassi è evidente che deformo il mercato ed estrometto
proprio coloro che stanno alle regole. Questi imprenditori con le loro
mogli (ma non solo) quando adottano uno schema simile sono i primi
promotori dell’insicurezza. Poi c’è la balla delle badanti che se non
ci fossero sarebbe la catastrofe nazionale! Questo non significa che
bisogna schiavizzare romene e russe. Bisogna che chi ha disponibilità
se le paghi e che la paga sia onesta. Chi non ne ha la possibilità le
riceva gratuitamente dallo Stato.

3) Sì le condivido! Il movimento no-global credo
sia un patrimonio per tutti e credo che tutti coloro che da una parte o
dall’altra si impegnano contro la globalizzazione o contro un certo
tipo di globalizzazione possano trovare motivo di apprezzamento. Io
preferisco forme che alcuni hanno definito Glocal, nel senso di locale
e radicato ma aperto anche ad esperienze globali, piuttosto che
no-global integrali, ma penso tuttavia di poter trovare anch’io voce in
questo movimento. Il problema è, come sempre, un altro. Tutti gli
ambienti di sinistra anche i più moderati si sono espressi
favorevolmente (anche se con diverse sfumature e talvolta
strumentalmente al fine di ottenere del facile consenso) su questo
movimento. Gli ambienti cosiddetti di destra, se si eccettuano alcuni
gruppi non rappresentati in Parlamento (e pertanto oscurati), si sono
sempre espressi in maniera violentemente critica, spesso ricorrendo al
più becero “Ordine e Globalizzazione”. Così, come sempre, chi, come me,
guarda da una posizione ritenuta non conforme viene preso per un
provocatore, per un pazzo, per uno fuori luogo. Una volta mi è capitato
di partecipare ad una serie di incontri sulla salvaguardia delle
riserve idriche (l’acqua per me è una fissazione) indetti dalla locale
cellula di Rifondazione Comunista. La prima volta che andai fui
guardato come uno zombie (nei paesi sanno chi sei). Riuscii a spezzare
quella tensione solo con una battuta delle mie dichiarando “Sono venuto
perché anche i fascisti hanno sete!”. Devo dire che fui accolto bene
(avevo già i capelli bianchi e forse per questo non me ne fu torto
nemmeno uno). Bisogna battere questo ostracismo ed andare oltre la
visione corta del cosiddetto centro-destra che qui come in innumerevoli
altre occasioni dimostra una cecità atavica (vedi ad esempio
l’esperienza dei centri sociali o i temi ambientali).

g81_fondo-magazineFrancesco Mancinelli

1) Agli occhi della pubblica opinione i due
fenomeni combaciano perfettamente. Peccato che nessuna capisca che
proprio il G8 (mondialismo e globalizzazione) ne è la causa fondante.
Io credo comunque che non sia possibile “ricomprendere e collegare”
sempre i due fenomeni e le conseguenze. Significa dire che ogni
fenomeno migratorio ed a ogni latitudine porta con sé sempre problemi
“di sicurezza” : nel corso della storia non sempre è stato così.
Alcuni fenomeni migratori (di conquista ?) possono essere considerati
al contrario come portatrici di ordine sociale e di rifondazione
antropologica su precedenti tessuti sociali ” in dissoluzione” (es. le
migrazioni indoeuropee).

2) Le politiche securitarie e anti-immigrazione
provengono spesso da una semplice reazione di matrice
nazional-populista che si sente “accerchiata ed impaurita” dalle
ristrutturazione del neo-mercatismo liberista e dalla nuova tratta
degli schiavi voluta dalle politiche neo-capitaliste. Sarebbe opportuno
trasformare la deriva plebea nazional-populista, arroccata ed impaurita
in “avanguardia rivoluzionaria” una avanguardia cosciente e
“all’attacco” anziché in difesa, una avanguardia che sappia trarre
dalla crisi una opportunità di emancipazione e di rilancio, contro la
causa scatenante (globalismo e mondializzazione). Rimane sempre aperta
l’opzione di una Europa alleata strategicamente del terzo mondo contro
il Mondialismo. Siamo in grado di fare quello che faceva Roma, che
conquistava e non si lasciava mai conquistare ?

3) Chi va in piazza, spesso non è un no-global, ma
è semplicemente un “new-global”: ovvero gli attori giovanili della
contestazione sono forse contro il mondialismo ( cioè il modo di
gestire i processi globalizzanti) ma sono paradossalmente
favorevolissimi alla globalizzazione ed ai suoi devastanti effetti ;
favorevoli quindi alla proletarizzazione delle masse, al meticciato
culturale, alla perdita di qualsiasi identità e di forza ideologica,
alla negazione di qualsiasi tipo di appartenenza e di specificità
etnica e territoriale. Proprio quello richiesto a gran voce e praticato
da “chi” dirige i mercati (quello sistema per uccidere i popoli che i
new global credono di combattere). Pasolini scrisse parole profetiche a
riguardo.

g81_fondo-magazineMiro Renzaglia

1) Non ci sarebbe alcun problema a trattare questi
due temi nella medesima sede, se non per il fatto che abbinandoli si
coltiva nell’immaginario collettivo un paradigma abbastanza infondato:
immigrati = criminalità. Il fatto che gli immigrati siano portatori
ANCHE di criminalità, è vero… Ma è altrettanto vero che il loro
prodotto di “insicurezza”, nel contesto della nostra società, incide in
misura veramente minima sulla produzione autarchica del crimine, di
gran lunga preponderante… Nello specifico, da scrittore quale sono
(perdonate l’immodestia…), credo che il messaggio sottinteso
dall’ordine del giorno congressuale abbia un valore subliminale che
serve a sviare su episodi marginali la realtà di un paese, il nostro,
che da decenni non riesce ad arginare fenomeni di criminalità
organizzata e diffusa ben più preoccupanti, come quelli della mafia e
della camorra… Da qui, il mio dissenso sull’abbinamento…

2) Assolutamente, sì. Sia le politiche sicuritarie
che quelle migratorie o anti-migratorie sono l’esatto risultato della
politica del maggior profitto liberista o capitalista tout court.
L’esercizio di rapina compiuto nei confronti dei paesi del Terzo mondo,
serbatoio dell’esodo biblico cui assistiamo, è di quest’ultimo la causa
scatenante: gli scafisti sono solo l’ultimo anello della filiera che
produce schiavitù a basso costo e massimo profitto. Le politiche
sicuritarie, dal canto loro, sono la solita risposta repressiva che,
anziché affrontare il male alla radice, propone l’antipiretico per
abbassare la febbre… Sennonché, l’antipiretico pure ha costi da cui
qualcuno sicuramente trae profitto… Finché il capitalismo, ormai in
fase terminale, anche se non sappiamo ancora quanto questa fase avrà da
procurar danni, non esalerà l’ultimo mortifero sospiro, avremo poco
giovamento da respingimenti, CPT, fili spinati alle frontiere e
pratiche di isolazionismo etnico e culturale… Chi spera in questi
palliatavi per arginare il fenomeno migratorio resterà sovranamente
deluso…

3) Sì, sia pure con molte obiezioni… La
principale, per esempio, risiede nella loro incapacità di vedere che
sostenere i fenomeni migratori in maniera acritica va esattamente nel
segno di quella globalizzazione che si impegnano a contestare. Proprio
in tal senso, sono deluso dal fatto che le avanguardie politiche della
cosidddetta “galassia nera”, almeno quelle più avvedute ed evolute,
non abbiano organizzato, per l’occasione, un loro corteo di protesta
per manifestare il proprio dissenso contro un vertice di cui si
conoscono bene progetto e finalità. Progetto e finalità che non
coincidono in alcun modo con ciò che, dal nostro punto di vista, da
anni andiamo contestando in termini di anti globalità e mondialismo… E,
allora - mi chiedo - perché non siamo anche noi lì, in piazza, con le
nostre ragioni e la nostra criticità differenziata?

g81_fondo-magazineLuca Leonello Rimbotti

1) Sicurezza e immigrazione sono sicuramente
correlati. E’ un fatto che la maggior quota di delinquenti è
rappresentata da immigrati. Eppure, su questo si innesta la
speculazione simmetrica di destra e sinistra. La prima cavalca la
protesta che sorge spontanea dal basso e dà vita ad aborti del tipo
della legge Bossi-Fini (di fatto sorella della Turco-Napolitano) e
veicola equivoci viventi come Fini, che sponsorizza il voto agli
immigrati. La seconda si accoda, finge di adeguarsi alla pericolosità
sociale, ma nei fatti fa passare come ineluttabile il
multiculturalismo. E quindi mina alle fondamenta l’esistenza del popolo
che accoglie e l’identità stessa degli accolti. Che, in quanto
sradicati, perdono preso o tardi la loro cultura, la loro peculiarità.
Il problema non è a mio parere tra immigrazione clandestina e regolare,
ma tra immigrazione-sì e immigrazione-no. I flussi migratori,
controllati o meno, costituiscono secondo me una sciagura epocale per
tutti. Chi riceve questa massa vede sfaldarsi il proprio mondo, nel
momento stesso in cui l’immigrato - qualunque tipo di immigrato - perde
progressivamente la sua dignità di uomo con retaggi e appartenenze,
diventando un individuo derubato della sua identità. Esattamente ciò
che vogliono le agenzie internazionali che gestiscono la tratta dei
migranti, a cominciare dalla Caritas, che sulla disintegrazione dei
popoli ci campa non meno delle multinazionali finanziarie.

2) Il capitalismo liberale è nato schiavista e si è
sempre nutrito di masse spostate a forza da un continente all’altro.
Gli immigrati sono funzionali all’economia capitalista di sfruttamento,
non solo a quella sommersa. Costano poco, non sono sindacalizzati,
possono essere facilmente ricattati dal padronato grande e piccolo. E
domani saranno un ottimo bacino elettorale. La sparizione del
proletariato occidentale viene surrogata con l’introduzione forzata e
ben studiata di queste nuove vittime dello sfruttamento programmato. Il
multiculturalismo non è affatto ineluttabile e strutturale, come viene
definito a destra e a sinistra. Ed è un falso acclarato che gli
immigrati servano per fare i lavori umili che i nostri giovani non
vogliono più fare. Questa è propaganda. Per fermare non l’immigrazione
clandestina, ma ogni sorta di immigrazione, basterebbe una semplice
volontà di decisione politica. Arrestato il fenomeno, ecco che
l’ineluttabile sarebbe che non esiste più un problema immigratorio. Il
processo migratorio è fatale e inevitabile soltanto nella testa di chi
trova positivo che le culture perdano valore e riconoscibilità, e che
muoiano per affastellamento. A questi tristi fenomeni di pilotaggio
verso lo sfruttamento, sarebbe facile oppore politiche di crescita
economica e sociale in loco, nei paesi del Terzo Mondo.

3) Condivido i metodi, ma non i fini. Nel senso che
una contestazione radicale, mediaticamente visibile, della congiura -
poiché di congiura si tratta - multiculturalista sarebbe ottima base di
partenza per un rovesciamento delle posizioni: rianimare le masse
borghesi oggi narcotizzate dall’apatia e dal martellamento massmediale,
dare vita a avanguardie politiche e culturali in grado di opporre al
fenomeno le ragioni culturali e sociali che impongono la difesa della
differenza e della specificità dei popoli. Di tutti i popoli, quelli
ricchi e quelli poveri. Di fatto, i no-global lavorano per le
multinazionali, di cui condividono l’ideologia mondialista di fondo. I
“disobbedienti” in realtà non vogliono meno, ma più liberismo, non
meno, ma più mondialismo. Questo cosmopolitismo dal basso è
perfettamente simmetrico a quello dall’alto dei consigli
d’amministrazione. L’uno e l’altro sono una promessa di morte per i
popoli. A un mondo di popoli e di culture, alla ricchezza che è nel
relativismo delle appartenenze e dei legami, alla varietà delle
tradizoni e dei retaggi, si oppone infatti la visione fobica e
neo-illluminista di un mondo popolato da un’unica plebe mondializzata,
facile preda dell’economia di sfruttamento. Il “cittadino del mondo” è
una scoria individualista che non potrà mai opporre nulla ai gestori
del fenomeno di assimilazione mondiale dell’economia del profitto come
legge di vita.

g81_fondo-magazineAdriano Scianca

1) L’immigrazione di massa cui assistiamo in questi
anni è un fenomeno che mette in gioco problematiche demografiche,
etniche, culturali, sociali ed economiche. Tra le dinamiche sociali
messe in moto dall’immigrazione c’è sicuramente anche un problema di
sicurezza e ordine pubblico. Non è l’unica dimensione che assume questo
problema, ma certo è una dimensione ben presente e ha per lo meno il
merito di rendere il problema visibile. E’ inoltre l’aspetto che più
preoccupa il popolo il che - anche al netto della demagogia, degli
stereotipi e della logica del capro espiatorio - genera comunque una
domanda cui la politica deve rispondere (a meno che non ci si voglia
adagiare sul razzismo etico e classista del Pd, per cui i problemi del
popolo “basso” sono sempre espressione di xenofobia fascistoide e
berlusconiana). Si può poi ritenere (a ragione) che il legame
immigrazione/insicurezza si collochi nell’ambito degli effetti e non in
quello delle cause. Giusto. Il problema va inquadrato senza miopie e
corti respiri. A patto, però, che l’operazione non consista in un
rimando all’infinito, retorico e sociologizzante, alla ricerca di più
ampi contesti e più antiche radici, senza che si giunga a formulare
rimedi concreti.


2) Le politiche immigrazioniste sono non solo
funzionali al liberalcapitalismo, ma ne costituiscono il cuore
pulsante. L’immigrazione selvaggia, schiavistica e destrutturante è il
sogno cosmopolita realizzato, la globalizzazione nel suo lato più
concreto. Il meccanismo economico è abbastanza evidente e consiste nel
fare degli immigrati il marxiano “esercito industriale di riserva”,
ovvero una massa praticamente infinita di disperati che per la loro
sola presenza tendono a far abbassare i salari e le garanzie sociali
per tutti i lavoratori. Gli immigrati sono una risorsa. Lo sono per
Confindustria, Vaticano, mafie, volontariato cattocomunista e partiti
di sinistra. L’immigrazionismo è inoltre funzionale all’azzeramento
delle culture tanto degli “ospiti” che degli “ospitanti”, il che sta in
effetti particolarmente a cuore ai padroni del vapore. Quanto alle
“politiche securitarie”, esse sono funzionali al potere nella misura in
cui si limitano ad un controllo spettacolare (nel senso della “società
dello spettacolo”) ma fattivamente nullo del fenomeno. Credo tuttavia
che qualsiasi governo - di destra o di sinistra, liberale, comunista o
fascista - debba necessariamente provvedere a “politiche securitarie”,
nel senso di provvedimenti atti a mantenere la sicurezza dei cittadini.


3) Il cosiddetto “movimento no-global” non si
definisce così da tempo, preferendo piuttosto la qualifica di
“new-global” o “alter-golbal”. La semantica non è innocente.
L’abbandono della definizione originaria è stato infatti determinato
dalla necessità di rimarcare una sorta di “riformismo” rispetto alla
globalizzazione. Che è cosa buona e giusta, ma che - per costoro -
manca di un aspetto importante: la libera circolazione degli uomini
accanto a quella delle merci, dei capitali e delle informazioni. Va da
sé che questa impostazione mette semplicemente i brividi. Il tempo del
“popolo di Seattle”, delle manifestazioni certo hyppeggianti, ma
comunque trasversali e “glocal”, con vaghe colorazioni identitarie è
passato. L’attuale sinistra antagonista - perché di questo si tratta -
è di fatto il settore più retrivo, reazionario, paranoide e
fossilizzato dello scacchiere politico. Facile immaginare il contesto
umano e comunicazionale delle manifestazioni anti-G8: antiberlusconismo
paranoico, antifascismo talebano, retorica alterglobal, odio e
repulsione per tutto ciò che è forma. Credo che gli unici che
possono “condividere” certe manifestazioni sono gli schiavisti di
professione, ovvero la bella gente di cui sopra: Confindustria,
Vaticano, mafie, volontariato cattocomunista e partiti di sinistra.

g81_fondo-magazineAntonio Serena

1 - 2) Il sistema imperialista, dopo aver
assoggettato l’Europa in seguito agli esiti del secondo conflitto
mondiale, sta da tempo espandendosi in altre parti del mondo per
riuscire a mantenere in piedi il suo insostenibile modello di sviluppo.
L’ ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, organismo dell’ONU,
ci informa che nel mondo circa un miliardo e mezzo di persone vive con
meno di due dollari al giorno. Un dato, questo, che direbbe poco
all’interno di un’economia basata sull’autoproduzione e I’autoconsumo
qual era quella in auge nel pianeta fino all’Alto medioevo. II fatto è
che l’economia partorita dalla rivoluzione industriale, divenuta
modello di sviluppo dell’Occidente verso il 1870, ha disgregato anche
tutte le economie di sussistenza del Terzo Mondo integrandole nella
nuova economia monetaria e facendo sprofondare quelle popolazioni nella
miseria più nera. Osserva a ragione Massimo Fini: «Un conto è se un
agricoltore africano pachistano vive sul suo e del suo, sulla propria
terra, altro è se lo stesso individuo vive in una città di cinque
milioni di abitanti come Nairobi o di dodici come Karachi dove due
dollari sono appena sufficienti a sfamarsi… D’altra parte nemmeno
l’agricoltore terzomondista che rimanga sul suo campo si salva. Lo
spopolamento delle campagne e la globalizzazione economica gli
impediscono quel minimo di interscambio, con i vicini e con la città,
che prima integrava e rendeva possibile la sua economia di sussistenza.
In Mongolia, un Paese che ha vissuto per migliaia di anni dei latticini
locali, gli empori sono pieni di burro tedesco. In Kenya il burro
importato dall’Olanda costa la meta di quello locale. Il Venezuela è
stato sempre un gran produttore di carne, oggi la importa per più della
metà del fabbisogno e l’eventuale minor prezzo dei prodotti importati
non compensa minimamente la disgregazione complessiva portata nei Paesi
del Terzo Mondo dall’intrusione del modello economico occidentale». E’
evidente, dato questo che non ha potuto venir ignorato dallo stesso
capo della Chiesa cattolica, che i sistemi partoriti dalla società
industriale - capitalismo e collettivismo - hanno fallito, non
riuscendo nemmeno a sanare le disuguaglianze all’interno dei cosiddetti
Paesi sviluppati, spingendoli verso una prevedibile implosione.
Ciononostante si continua ad operare per estendere sempre più
capillarmente questa modello di sviluppo a tutto il pianeta. In un
rincorrersi di cause ed effetti ormai inarrestabile e destinato alla
catastrofe planetaria.

3) E’ fuor di dubbio che sia da promuovere ed
appoggiare ogni politica tendente a promuovere un sistema di sviluppo
sostenibile. Ma l’alternativa alla semplice protesta non può essere né
una decrescita insapore né la riproposizione pura e semplice di modelli
anch’essi già bollati dall’economia e dalla storia.

g81_fondo-magazineStefano Vaj

1) Sicurezza e immigrazione sono questioni certamente legate. L’immigrazione, che al contrario di quello che suggeriscono oggi i media si distingue dalla migrazione
(stile quelle degli indoeuropei, dei longobardi, dei visigoti, dei
vichinghi in Islanda…) perché non coinvolge comunità “con armi e
bagagli”, ma singoli individui sradicati dal proprio tessuto sociale e
culturale di partenza, è intrisecamente criminogena quando ha per
oggetto ampie masse di diseredati, per ragioni ovvie, e non fa nessuno
differenza che si tratti di italiani all’estero o di stranieri in
Italia. D’altro parte, il G8 ha probabilmente poco da dire
sull’argomento, posto che quello che è stata chiamata “la nuova tratta
degli schiavi” è direttamente figlia della globalizzazione già
anticipata con grande preveggenza da libri come Il sistema per uccidere i popoli di Guillaume Faye, ma accelerata drammaticamente sulla base dell’entente cordiale in tal senso prodottasi tra i paesi membri di tale club almeno a partire dalla caduta dell’Unione sovietica.

2) Se il mondialismo è l’altra faccia della
globalizzazione, esiste sicuramente anche il sospetto che il deficit di
sicurezza provocato a tutti i livelli dalla seconda, a partire dalla
microcriminalità per finire con la grande criminalità organizzata, la
corruzione ed il riciclaggio, venga oggi a farsi alibi di una crescente
trasformazione dei paesi occidentali in stati di polizia, in cui
continua ad essere ridicolmente represso il trattamento privato dei
dati personali dei cittadini, e finanche delle persone giuridiche,
intanto che si installano sistemi di controllo sociale sempre più
pervasivi, invadenti e transnazionali.

3) Il movimento no-global perde tragicamente di
rilevanza, e prima ancora di interesse, nella misura in cui è ben
avviata la sua trasformazione in movimento neo-global o alter-global, e
nel momento in cui della globalizzazione continua a criticare le
conseguenze pratiche, ma ne rimette ben poco in discussione i
presupposti ideologici, in vista in particolare della riaffermazione
delle sovranità popolari, del principio di non ingerenza,
dell’autodeterminazione collettiva, delle identità culturali. La
perdurante egemonia in tale ambito dell’ideologia etnocida dei “diritti
dell’uomo” e l’idea di contrastare il potere di alcuni paesi attraverso
il richiamo ai formalismi di agenzie internazionali che pure sono
soggetti attivi del processo di globalizzazione, come l’ONU, mi pare
siano eloquenti in tal senso.


sabato 16 maggio 2009

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martedì 5 maggio 2009

[Trieste] Fuori La Nato Dall' Italia - Fuori L'italia Dalla Nato - Sabato 9 Maggio 2009

lunedì 4 maggio 2009

Resoconto della conferenza su Belgrado

4 maggio 2009

Sabato 2 maggio 2009 si è tenuta a Torino la conferenza “Belgrado: 1999-2009, per non dimenticare”, promossa ed organizzata da Base Militante Progetto Torino e Minoranza Rumorosa, in occasione del decennale dell'aggressione NATO alla Serbia: un incontro aperto al pubblico che ha riscosso peraltro l'intervento sia di partecipanti di nazionalità albanese che di nazionalità serba, fatto quest'ultimo che ha garantito una sostanziale imparzialità del dibattito ed ha così ulteriormente arricchito un contraddittorio già proficuo e fecondo.

Il tutto, inutile sottolinearlo, si è svolto nel più totale rispetto delle opinioni, anche spesso marcatamente divergenti, esposte ed argomentate sempre in modo civile e pacato come peraltro in tutte le occasioni di confronto presiedute dalla nostra associazione.

Il moderatore Giovanni di Martino, dopo aver presentato i conferenzieri, ha introdotto brevemente l'argomento, soffermandosi in particolare sul ruolo politico assunto dal tragico ed illustrando le quattro fasi del conflitto:

  • la guerra mediatica dell'editoria statunitense;
  • la “benedizione” dei politici e intellettuali al conflitto serbo;
  • l'avvio dei bombardamenti e il ruolo dell'Italia e di D'Alema nel conflitto;
  • l'inizio del processo di “cancellazione” dalla memoria collettiva del conflitto serbo.

Il primo relatore Stefano Vernole ha quindi esordito citando una significativa intervista, rilasciata dall'allora Ministro degli Esteri Lamberto Dini nel 2008, analizzando la quale ha delineato il percorso cronologico che ha portato all'indipendenza del Kossovo.

Vernole ha quindi passato trattato le ragioni ufficiali ed ufficiose che hanno condotto al conflitto del 1999, in particolare:

  • il decreto di Tito del 1974 e la progressiva disgregazione della Jugoslavia;
  • la costruzione del consenso da parte di Milosevic, dai radicali comunisti alla destra monarchica e il dissenso delle province;
  • la nascita dell'UCK e gli scontri con le truppe serbe;
  • il ruolo interculturale della NATO nei Balcani;
  • i fallimenti delle varie conferenze di pace e la guerra aerea “potenzialmente infinita”;
  • la falsificazione americana sull'uranio impoverito, sulle fosse comuni, sull'occultamento dei cadaveri e sulla reale portata delle operazioni militari in Serbia;
  • il bombardamento dell'ambasciata cinese a Belgrado e la conseguente caduta di immagine della NATO;
  • l'evoluzione del concetto geostrategico dell'amministrazione statunitense;
  • il Kossovo come laboratorio di sviluppo programmato del capitalismo multinazionale.

Il secondo intervento di Costanzo Preve ha riguardato invece la mistificazione della stampa e della sedicente élite intellettuale italiana, la nozione di pregiudizio come forma di negazione e la sua applicazione all'etnogenesi della questione nazionale serba e albanese. Preve ha quindi approfondito il tema della semplificazione come giustificazione di mire geopolitiche, toccando i seguenti punti nevralgici:

  • i reali interessi del popolo serbo e albanese nella regione;
  • la libertà di stampa in Serbia;
  • l'espulsione etnica: dal 1912 ai giorni d'oggi;
  • la proposta di pulizia etnica del 1937;
  • l'aggressione NATO del 1999 come guerra geopolitica contro l'Europa;
  • la liberazione come metodo di controllo;
  • il concetto di "male assoluto" e di OGA ("Occidente a Guida Americana");
  • lo sdoganamento e la ricerca di legittimazione degli ex-fascisti e post-comunisti italiani durante il conflitto;
  • il mancato ruolo di mediazione diplomatica che avrebbe dovuto svolgere autonomamente l'Europa.

Nel successivo dibattito, gli intervenuti si sono quindi confrontati serenamente ma seriamente sulla validità delle fonti storiografiche, i dati e i numeri della guerra, sull'attribuzione e i significato di termini quali "genocidio", "massacro" ed "pulizia etnica", e sull'effettivo senso e scopo di una “liberazione” del Kossovo (e sul precedente indipendentista da esso di fatto costituito).

Hanno infine concluso l'incontro alcune domande poste dagli studenti di Minoranza Rumorosa, i quali hanno così dimostrato di aver colto appieno l'originale opportunità formativa rappresentata da questa conferenza.

Seguono alcune immagini dell'evento: